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Ero in una situazione "normale", della vita di tutti i giorni. Apparentemente tranquilla... all'improvviso ho sentito il cuore che batteva in gola, sempre più velocemente. Non riuscivo a fermarlo, facevo sempre più fatica a respirare. A un certo punto ho pensato di avere un attacco di cuore, con vampate di calore e sudorazione abbondante, tremori, stavo quasi per svenire. In quel preciso momento mi sono detto "oddio, muoio...qui ci rimango secco"!

Le persone che si sono trovate almeno una volta nella vita in una situazione del genere, svolgono una serie di indagini mediche più o meno approfondite, rivolgendosi al proprio medico di base o al Pronto Soccorso. Escluso ogni tipo di patologia a livello cardio-circolatorio, iniziano una processione verso gli "specialisti", siano essi omeopati, agopuntori, psicologi dei più svariati orientamenti. Prima o poi verrà loro applicato l'etichettamento: "disturbo da attacchi di panico", diagnosticato (per i più rigorosi) "con/senza agorafobia". Chi soffre di questo disturbo diviene presto consapevole che, in realtà, per quanto sia un'esperienza terrificante, di panico non si muore. 

Il paziente non sa mai se, dove e quando avrà il prossimo attacco e rimane in costante allerta, monitorando continuamente le proprie normali reazioni fisiologiche.   La più piccola anomalia (fosse anche il normale "fiatone" dopo tre piani di scale) deve essere posta rapidamente sotto controllo. Disgraziatamente, come è ben noto anche a livello neuro-fisiologico, più si cerca di controllare una reazione spontanea più si provoca la sua escalation, alterandola e rendendola quindi incontrollabile. Questa reazione a catena dimostra che il controllo non è mai abbastanza. Si aumenta il controllo, ma non si riducono gli attacchi di panico.

Anzi, questo è il "controllo che fa perdere il controllo".

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In seguito a un presunto attacco di panico, ho iniziato a non allontanarmi dalla mia città. Questo mi dava sicurezza. Poi ho iniziato ad evitare di andare nei grandi centri commerciali, perché sono troppo affollati e con tutta quella gente pensavi di potermi sentire male. Quindi ho cercato uscire meno e rimanere nei dintorni di casa, cercavo di andare solo in negozi che fossero vicini. Il passo successivo è stato breve: non uscire praticamente di casa... Non sono più in grado di fare nulla da solo, se nessuno mi accompagna.

Chi ha vissuto questo tipo di malessere mette in atto un primo, apparentemente innocuo, evitamento che produce una catena di evitamenti che lo portano, inconsapevolmente, a costruirsi la propria prigione: la propria casa, ragionando più o meno in questo modo: "Non sono andato fuori città e sono stato bene, quindi non uscirò più dai limiti della mia città e non avrò più paura". Questa logica conduce ad arretrare sempre più il proprio raggio d'azione, a porsi limitazioni sempre maggiori, riducendo al minimo la propria autonomia. In breve "sono stato bene perché ho evitato, quindi se continuo a evitare starò meglio".

Un altro modo, più indiretto, per aggirare gli ostacoli posti dalla propria paura, è quello di farsi accompagnare. Chi accompagna il pauroso, da una parte gli fornisce la sicurezza che, se dovesse succedere qualcosa, lui è pronto a soccorrerlo. Dall'altra parte, gli conferma anche che, senza questa sorta di "stampella", lui, da solo, non ce la farebbe. Il messaggio "ti aiuto perché ti voglio bene" diventa "ti aiuto perché da solo non ce la fai".

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La paura, in sé, è una emozione sana, non è una forma patologica: è una reazione adattiva che ci protegge dai pericoli dell'ambiente.

La paura, se controllata, ci aiuta a gestire la realtà circostante: solo quando è eccessiva e immotivata, la paura diventa fobia, limitando le nostre capacità. Le fobie possono assumere le forme più disparate:

claustrofobia: è la paura di non avere vie d'uscita, in tutte quelle situazioni in cui la persona non ha il controllo; le paure più comuni possono essere identificate in paura di un luogo chiuso da cui non poter uscire

  • luoghi sotterranei: cinema, discoteche, ristoranti, ecc.
  • luoghi chiusi e sorvegliati: banche, gioiellerie, ecc.
  • mezzi di trasporto: aereo (aviofobia), treni, metropolitana, autobus, tram, auto (sportive in particolare), ascensore, ecc.
  • gallerie

acrofobia: la paura delle altezze e del vuoto sottostante

  • ponti e viadotti
  • piani alti dei palazzi, grattacieli
  • seggiovie

monofobie: paure specifiche che riguardano moltissime specie animali e categorie di oggetti. Tra le più comuni le fobie di piccioni, ragni, topi, cani.

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E' la costante preoccupazione, paura o convinzione di avere delle malattie, pur sapendo che la propria condizione medica generale è normale. 

Chi soffre di ipocondria è "come una bambola rotta con gli occhi rivolti all'interno", controlla costantemente il funzionamento dei propri organi, arti e apparati e interpreta i segni e sintomi fisici in ogni loro alterazione più precoce, al fine di prevenire e di intervenire sull'ipotetica malattia il più presto possibile.

Questo controllo (così come nel panico) fa perdere il controllo quando la persona ha qualche dubbio su qualche "anomalia" che ha riscontrato ascoltandosi. L'esempio più comune è la fissazione di avere qualche una disfunzione cardiaca non ancora diagnosticata: in questo caso la persona tipicamente inizia a controllarsi continuamente le pulsazioni, per verificare se sono regolari. Normalmente questo non basta, anche perché più uno cerca di controllare la propria naturale frequenza cardiaca, più la altera.

Si instaura infatti un meccanismo del tipo "chi cerca trova": ogni minima alterazione trovata spaventa a tal punto da alterare effettivamente il funzionamento del corpo, con il panico oppure somatizzazioni.

Per tranquillizzarsi, quindi, chiede consulto iniziando una processione verso medici e specialisti, oppure visita siti medici in Internet per saperne di più sulla presunta malattia.

Ma come è noto lì per lì tranquillizza, ma alla lunga genera un effetto controproducente.

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Sono azioni ripetitive, materiali o mentali, che la persona si sente costretta a mettere in atto.

I rituali possono essere eseguiti per propiziare qualcosa che deve accadere oppure per evitare che accada qualcosa di male a se stessi oppure ad altri. Nel primo caso si definiscono propiziatori, nell'altro riparatori.

In entrambi i casi la persona cerca di controllare in modo iper-razionale, qualcosa che è poco razionale, anzi che ha a che fare con la magia o la scaramanzia o un dubbio. Ad esempio, posso passare in auto in un incrocio, con la coda dell'occhio guardare un pedone che si è sporto più degli altri dal marciapiede sulle strisce pedonali ed essere colto dal dubbio di averlo investito. L'esigenza di controllare che questo sia avvenuto o meno, rassicurarsi rispetto a questa realtà terribile è talmente ragionevole ed efficace da alleviare l'ansia. Chi soffre della patologia ossessivo compulsiva, è portato da dubbi analoghi a fermarsi continuamente per mettere in atto azioni volte a controllare eventuali pericoli o per propiziare qualcosa che non è ancor avvenuto.

A lungo termine si costruire una trappola, basata su una logica stringente, da cui non si riesce più ad uscire.

Della serie "se faccio/non faccio questo, allora non succederà questa cosa positiva oppure succederà questa cosa negativa".

C'è, inoltre tutta una serie di rituali volti a proteggere la persona, come quelli di igiene e pulizia contro la paura di contaminazione da malattie infettive (lavarsi le mani, il corpo, i vestiti e tutti gli oggetti con cui si entra in contatto); oppure tutti i rituali di controllo del gas, di aver spento luce e computer, di avere chiuso la porta di casa o della macchina.

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"Mi sento un po' giù, un po' depresso...non ho più voglia di fare nulla, al mattino non mi alzerei mai dal letto, capisce?!... non ho uno scopo, qualcosa per cui valga la pena vivere..."

Sono espressioni che ciascuno di noi, in qualche momento della nostra vita, ha detto a chi gli stava accanto, oppure ad uno psicologo o medico. Le risposte sono generalmente tra le più paradossali: "cerca di tirarti su", "fatti forza e smetti di lamentarti", "non tutto il male viene per nuocere", oppure una lunga disquisizione sui lati belli della vita, soprattutto sui punti di forza e sui successi della vita di chi si sente depresso. Può funzionare se si tratta di un momento di sconforto, quando anche la semplice pacca sulla spalla di un amico serve.

Quando però una persona è depressa, queste rassicurazioni servono a ben poco, se non a farlo sprofondare ancora di più nella propria sensazione di inadeguatezza, incapacità e stanchezza. Di certo non cambiano il punto di vista che il depresso ha sulle cose. Lo fanno sentire compatito e quindi "malato". Il circolo vizioso tra tentativi di rassicurazione di amici e familiari e tendenza al vittimismo e lamentazione del depresso contribuiscono non certo a far migliorare la situazione, quanto a farla persistere e peggiorare nel tempo.

Il problema, per dirla con Epitteto, non sono le cose in sé, quanto l'opinione che abbiamo delle cose, cioè la percezione e reazione di fronte agli eventi della vita.

Nella maggioranza dei casi osservati, la depressione non è determinata dal cattivo funzionamento di un neurotrasmettitore oppure da una lacuna nella personalità, semmai è reattiva: depresso chi si è arreso di fronte a una difficoltà, a un lutto, a una separazione, ad una malattia organica diagnosticata, finanche ad un licenziamento o ad un furto subito, oppure ad un altro problema psicologico non risolto.

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Le persone che soffrono di disturbi alimentari difficilmente riescono a nasconderlo. I segni sono visibili sul corpo, si tratti di uno scheletro che cammina oppure una montagna di grasso.

Si tratta di quelle persone che soffrono di anoressia nel primo caso, o bulimia nell'altro. Ma, oggigiorno, c'è una terza forma emergente di disordine alimentare definita "sindrome da vomito": persone che mangiano fino ad abbuffarsi e poi vomitano sistematicamente. In questo caso, è più difficile rilevare i segni del disturbo. Sono generalmente ragazze molto seduttive, giovani che vomitano tutto ciò che le farebbe ingrassare oltre il loro peso-forma. La ripetizione sistematica del ciclo mangiare-vomitare diventa però un rituale basato sul piacere, da cui è difficile liberarsi.

Le chiavi di lettura, le spiegazioni psicopatologiche di questi quadri severi possono essere molteplici. Negli ultimi dieci anni sono spuntate teorie che incolpano disfunzioni biologiche, dinamiche familiari patogene, condizionamento dell'ideale estetico femminile da parte della moda. Il nostro punto di vista rifiuta qualunque teoria a priori che sia onniesplicativa: questo ci potrebbe far leggere il disturbo con una lente deformante. Ciò che ci permette di conoscere il problema è la strategia che lo risolve, messa a punto attraverso l'osservazione sistematica di come esso funziona.

Sulla base di queste considerazioni, non ritroverete una classificazione tradizionale psichiatrica che distingue due sole grandi aree - anoressia e bulimia nervosa - ma una descrizione dei disordini alimentari su tre livelli che prevede diverse varianti per ciascuno.

 

  • BULIMIA: è il disturbo alimentare più frequente, caratterizzato dall'irrefrenabile compulsione a mangiare, non tanto per fame, quanto per il piacere di ingozzarsi, suddivisa in tre aree: 

  1.  Bulimia boteriana:  persone talmente grasse da assomigliare ai quadri di Botero; sono ben adattate al loro "problema", giungono in terapia solo se costrette da problemi di salute conseguenti.

  2. Bulimia effetto carciofo:  il grasso in cui affondano le loro forme, rendendole esteticamente sgradevoli, le protegge dalla relazioni affettivamente coinvolgenti, che di certo avrebbero se si tenessero "in forma". La loro attenzione invece è spostata sulla bilancia e dalle innumerevoli diete intraprese.

  3. Bulimia jo-jo: si alternano periodi di dieta ferrea a periodi di alimentazione sfrenata, nei quali riprendono tutti i chili che avevano faticosamente perso in precedenza. Il loro umore è sintonizzato su queste variazioni: estrema euforia e caduta depressiva a seconda della propria immagine estetica.
  • ANORESSIA:  è il disturbo più noto perché il più pericoloso, essendo a rischio di morte. L'anoressia insorge attraverso un processo graduale di astinenza alimentare, che conduce al rifiuto del cibo. Un inizio tipo: "...ad un certo punto della mia vita, ho incominciato ad avere l'ossessione del grasso...ogni cosa che mangiavo, per me era come depositare grasso sulle cosce, sui fianchi, oltre che sulla pancia...volevo essere bella, desiderata perché magra, snella...". Gradualmente, nonostante la magrezza si scontri proprio con i canoni estetici da cui era stata ispirata, "...ho incominciato a rifiutare il cibo...", mantenendo come unico obiettivo quello di continuare a dimagrire. In questa fase, l'anoressica non riesce più a controllare adeguatamente le proprie percezioni, a dispetto del parere altrui. A questo punto, come una macchia d'olio, l'astinenza non si limita al cibo, ma investe ogni tipo di sensazione piacevole, in primis le relazioni sociali. Ecco che l'anoressia, come un'armatura medievale, protegge dai pericoli che spaventano, ma anestetizza anche dalle sensazioni piacevoli. A questo punto, per dirla con le parole di Laborit, "un copione percettivo-reattivo autoimposto, che si ripeta per qualche mese, diventa automatizzato e spontaneo".

  • VOMITING:  è una nuova forma di disturbo alimentare, che si distingue dalle altre perché è una vera e propria compulsione basata su un estremo piacere. Ciò che la distingue dalle altre è che la sindrome da vomito si viene a costituire per una sorta di perversione, basata sul piacere del mangiare fino ad abbuffarsi per poi vomitare. Il vomito dapprima (come anche inteso dalla classificazione DSM "condotta di eliminazione") può essere una semplice soluzione per mangiare i cibi più sfiziosi senza ingrassare. Nella ripetizione dell'intera sequenza FANTASIA ANTICIPATORIA SUL CIBO - MANGIARE - ABBUFFARSI - VOMITARE si scopre poi un piacere che non ha più nulla a che fare con l'esigenza di fondo da cui era originato, cioè l'essere magri. L'esigenza di continuare a mangiare a volontà senza ingrassare, comune alle anoressiche e alle bulimiche, si evolve in qualcosa di più: una vera e propria compulsione a ripetere la sequenza "mangiare e vomitare", difficile da cambiare perché basata su un piacere profondo e pervasivo, che toglie progressivamente spazio a tutto il resto.


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Non esiste, per noi, un modello di coppia perfetta, un ideale che sia metro di paragone per unire o fare separare coppie a propria discrezione. Quindi evitiamo di ergerci quali giudici, mediatori di conflitti per attribuire meriti e colpe ai due partner. Non decidiamo a priori ciò che deve essere normale o patologico.

Esistono semplicemente coppie che funzionano e coppie che hanno funzionato finora, ma , di fronte ai ripetuti tentativi per cercare di risolvere un problema, finiscono per rimanervi intrappolati.

Il problema non sta mai in uno solo dei partner, ma nella relazione stessa. Le responsabilità, semmai, sono al 50%. In tutti i problemi psicologici, in particolare in quelli di coppia, abbiamo osservato nell'esperienza clinica che ciò le persone fanno per tentare di risolvere il problema finisce per diventare il problema stesso. O meglio, come direbbe Paul Watzlawick, "la tentata soluzione diventa il problema".

In questa prospettiva, i copioni relazionali che ci si sono presentati con più frequenza sono:

  • la gelosia patologica.
    I dubbi "con chi sei stato oggi a pranzo?...con un altro uomo/donna?...e cosa hai fatto?" sono tra i più comuni in una coppia. Anche in una coppia che funziona. Possono anche significare una positiva attenzione verso l'altro, oggetto d'amore esclusivo. Quando però il dubbio fondamentale "potrei essere tradito?" diventa un'ossessione, chi sospetta fa un vero e proprio "terzo grado" al partner, lo tempesta di domande per farsi rassicurare, fino a torturarlo. Il partner cercherà di fornire spiegazioni, rispondere alle inquisizioni, tranquillizzare l'altro. Ma il dubbio è qualcosa che se svelato si alimenta e si ingigantisce: l'inquisito che rassicura finisce per fornire materiale fertile su cui coltivare nuovi dubbi. Non soddisfatto allora, il geloso si inventa Sherlock Holmes e inizia a controllare gli spostamenti, gli sms sul telefonino, la posta elettronica, i cassetti...Ma se tratto il partner come se mi stesse tradendo, sono in realtà io a costringere a farlo, trattandolo e facendolo sentire come tale, costruendo mattone dopo mattone la profezia più temuta.
  • blocchi o presunte disfunzioni sessuali.
    Alla base dei cosiddetti disturbi psicosessuali (come l'eiaculatio praecox, l'impotenza erettiva, la frigidità o anorgasmia femminile), c'è, ancora una volta il controllo di sé. Dopo una brutta figura, un episodio di performance sessuale negativo, la persona può incappare in insicurezze e paure che lo portano a controllare continuamente le proprie funzioni fisiologiche che dovrebbero essere spontanee. Lo sforzo di monitorare il proprio corpo per evitare una nuova brutta figura la genera, paradossalmente ed inevitabilmente. Del resto, "può capitare di fare cilecca", ma per tranquillizzarsi e essere rassicurati di non avere nulla che non funziona, spesso si ricorre allo specialista medico, andrologo, sessuologo, che fornisce una diagnosi dove è implicita l'idea di un disturbo organico. Invece, i segni fisici del piacere sono naturali, spontanei. L'ordine di avere un orgasmo o un'erezione a comando genera quella situazione paradossale di fallimento chiamata "sii spontaneo": il tentativo di controllare volontariamente ciò che è spontaneo inibisce ciò che, fino ad allora, ha funzionato a meraviglia...
  • litigiosità e conflittualità.
    Ci sono coppie che non riescono a non litigare, anzi possono litigare in continuazione su qualunque cosa e andare avanti per ore, per giorni interi, teoricamente all'infinito.
    Essere in disaccordo è una componente indispensabile nelle relazioni umane e contribuisce a farle evolvere: la discussione è un momento normale nella vita di coppia, in linea col detto popolare “l'amore non è bello se non è litigarello”. La discussione è quindi una reazione sana nella vita di coppia se inserita nella giusta misura. Semmai è la sua frequenza eccessiva di questi momenti a costituire un problema. Spesso si assiste ad una vera e propria escalation: i due incominciano a discutere, dapprima pacatamente, su una questione banale ("è molto bello questo film! – a me non è piaciuto per niente"), poi iniziano a scaldarsi argomentando sulla propria posizione (mi è piaciuto per questo – non mi è piaciuto per quest'altro). Il tono si alza sempre di più ("sei la solita buonista a cui piacciono questi filmetti strappalacrime"), uno inizia a offendere e poi attaccare l'altro su un piano personale ("tu non mi hai mai capito, sei il solito stronzo che non riesce a capire le donne!"). L'attacco da un lato sottolinea attenzione, finanche eccessiva, a ciò che l'altro fa e dice, ma dall'altro una totale incapacità ad accettarlo e quindi condividerlo. Dopo la tempesta, nei momenti di calma, di tranquillità, le coppie litigiose fanno di tutto per spiegarsi l'un l'altro, in modo sereno, i motivi delle loro incomprensioni, sforzandosi di essere ragionevoli per non degenerare in una nuova escalation. Quindi trovano un accordo e si promettono reciprocamente di essere più tolleranti verso i punti di vista dell'altro. Ma è questa la trappola della ragionevolezza: le regole sono fatte per essere trasgredite, le promesse sono fatte per non essere poi mantenute e, puntualmente, i loro buoni propositi crollano davanti al litigio successivo. 
  • separazione o evitamento del partner.
    Scegliere di non stare più insieme è un evento della vita. Il problema che ci viene presentato in terapia più frequentemente riguarda la persona che viene lasciata. In questo caso, quindi, non ci riferiamo propriamente a una coppia, a un problema di relazione all'interno di essa, ma al tipico caso di depressione reattiva all'abbandono, di chi non riesce a gestire le emozioni e le difficoltà che incontra di fronte alla separazione, vissuta come un rifiuto, scelto o subito che sia. D'altronde, chi di noi non è stato depresso quando è stato lasciato dalla propria fidanzata? Chi non ha di lei ricordi spiacevoli, se non tristi? Però “ chi sarà mai inconsolabile? il tempo è galantuomo” (R.Carver).  A volte però la situazione degenera per i tentativi della persona disperata di riconquistare l'amata: telefonate in lacrime per sapere come sta l'amata/o, avendo cura di descrivere nei particolari il proprio dolore, rievocando i momenti belli passati insieme, dicendo che "si tratta solo di un momento di crisi, sei sempre tu la migliore"; inchieste svolte presso gli amici comuni per sapere se sta vedendo qualcun altro; parlare a tutti dei momenti belli passati insieme. In breve questi tentativi che sono anche i medicamenti al proprio dolore. L'autoinganno sottostante è “se non faccio o smetto di fare  tutto questo, allora lei penserà che mi sono arreso, quindi la perderò veramente” oppure “io sono qui che ti aspetto, ti aspetterò sempre”. Questo non fa altro che spaventare l'altro e farlo allontanare ancora di più, se non ha il coraggio di dire inequivocabilmente "è finita, dimenticami!". E a volte questo non basta ancora…la tipica ricetta catastrofica del “fare ancora di più dello stesso” (P.Watzlawick). D'altro canto la persona depressa, poiché scaricata, oltre a questi sterili tentativi di riavvicinamento, di riconquista, non riesce ad accettare il distacco e si comporta da vittima. Chi si mette a strisciare ai piedi dell'altro, non solo lo invita a calpestarlo, ma soprattutto lo induce a pensare che non vale la pena di spendere altro tempo con lui.

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